2019
Marco Ambrosi

Prospettive di un sè frammentato

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Qual è la prospettiva che una persona ha di sé, il modo in cui interpreta se stessa in relazione con il mondo? Sappiamo veramente descriverci senza l’aiuto di qualcuno dall’esterno che ci garantisca che noi siamo studenti, impiegati, operai, magistrati, politici? Potremmo suddividere la nostra persona in diversi riflessi, a seconda dello specchio che scegliamo come punto di riferimento. Cerchiamo di essere sinceri, per una volta, e addentriamoci nella psiche che personalmente mi affascina ed ha ispirato la creazione di quest’opera, e tuttavia inquieta e terrorizza più di qualunque altra: la propria.
Senza avere nessun punto di riferimento con cui confrontarci, descriverci sembra essere praticamente impossibile. Ma vivendo in un mondo di miliardi di altre persone, possiamo distinguere, ad esempio, ciò che ci sostiene e che costituisce di fatto la nostra spina dorsale: dev’essere qualcosa che dona solidità alla nostra vita, che costruiamo giorno dopo giorno con le nostre mani. Qualcosa come un muro in costruzione, che diventa sempre più alto e resistente con il tempo, che costituisce le nostre fondamenta: la famiglia, gli amici, il denaro, una casa, perfino i dispositivi digitali tanto di moda nel contemporaneo. Eppure, un muro è pur sempre un muro, e i muri bloccano il passaggio. In un uomo, purtroppo, ciò che dovrebbe sostenerlo spesso lo frena allo stesso tempo: genitori che fino ai loro ultimi giorni impongono le proprie idee ai figli, amici che diventano un peso insostenibile, denaro che sembra vacillare tra ricchezza e povertà in una situazione di instabilità, beni che potremmo perdere da un giorno all’altro. Dopotutto, la vita è un continuo mutamento di colori e forme, che ci insegna a vivere in un modo sempre più intenso, richiamandoci all’allegria e alla naturale gioia che ogni persona, in un contesto ideale, dovrebbe poter sperimentare quotidianamente.
Sembra quasi di trovarsi in una spirale di luci colorate, la nostra fantasia che si apre sempre a nuove possibilità e a nuove esperienze senza avere mai una fine: ciononostante, è esperienza comune come le situazioni in cui ci troviamo appaiano continuamente ripetitive, malgrado i nostri tentativi di allontanarci da ciò che più ci rende infelici. Forse in un futuro migliore la nostra vita cambierà in meglio, ci ripetiamo, vivendo solo di idee, ricordi, desideri… esattamente come delle luci colorate che ci distraggono da ciò che vogliamo veramente fare della nostra esistenza, le quali si allontanano sempre di più man mano che accettiamo le situazioni in cui ci troviamo, consapevoli di non avere alcun potere sugli eventi avvenire.
Eppure, una parte di noi non sembra accettare le cose per come stanno: essa cerca disperatamente nuovi modi per prendere il controllo della nostra vita, per comprendere quei meccanismi invisibili che sembrano decidere l’esito delle nostre vicende. Si potrebbe considerare la ricerca di una speranza in un mondo oscuro, freddo, distaccato dalle nostre grida di dolore e paura. Eppure la fiducia, essenziale per la buona riuscita dell’impresa, sembra essere un bene così prezioso da non poter essere riservato a nessuno di indegno, non sufficientemente vicino a noi per capirci veramente. Ma un individuo così non esiste, poiché dovrebbe essere perfetto: nemmeno noi siamo idonei, abbiamo troppi difetti di cui ci vergognamo perfino di parlare a noi stessi. Servirebbe qualcuno di superiore, più grande di tutte le persone che conosciamo, a cui possiamo dare la nostra completa fiducia perché consapevoli che non possa sbagliare: forse un leader? Un capo di stato, ad esempio. Oppure una figura del mondo dello spettacolo, qualcuno che abbia raggiunto il successo, che deve sicuramente aver fatto le scelte giuste. Ma possiamo anche andare oltre: una divinità.
Il nostro dialogo con ciò che consideriamo lontano dalla nostra vita è libero, poiché siamo ben consapevoli di questa stessa distanza: ci possiamo permettere di giudicare liberamente un politico, dato che egli è e sarà, comunque, seduto sulla sua poltrona ad esporre le proprie idee indipendentemente dal nostro pensiero. Ciò ci dà però la possibilità di partecipare al processo di creazione di leggi che governeranno la nostra condizione sociale ed economica. Possiamo altresì osservare l’intrigante recitazione di un attore o goderci la capacità di intrattenemento di un presentatore televisivo; così facendo, abbiamo esempi a cui attenersi e non attenersi, parole da dire e da non dire, regole da rispettare e non rispettare per presentare la nostra persona in modi diversi e avere il controllo delle nostre relazioni interpersonali. Inoltre, ci è data la facoltà di prendere come riferimento l’origine stessa degli eventi della nostra vita, che potremmo seguire se tutto il resto dovesse andare per il verso sbagliato: le cosiddette Sacre Scritture, diverse per cultura e influenze storiche. Religioni presero piede in tutto il mondo per confortare l’essere umano, dandogli l’unico potere di cui mai è stato in possesso: quello di conoscere con precisione il “disegno divino”, rendendosi conto del significato della propria vita.
Obbedire a leggi di qualunque tipo, statali, morali o spirituali che siano, non soddisfa però l’incessante ricerca di una definizione della nostra persona, dal momento che tutte queste parole non sono nostre, ma possiamo solo farle nostre. Quali sono, quindi, le “nostre”? Se togliessimo dalla nostra vita ogni traccia di un’antropologia che da sempre ci ha allontanato dall’espressione spontanea del creato stesso, cosa rimarrebbe? La natura regnerebbe nella nostra interiorità ed esteriorità, rendendoci come dei neonati, completamente innocenti ed ignari della realtà mentale affrontata dal resto del mondo. È nel miracolo della nascita che il distacco tra noi e la naturalezza universale è nullo, in quel momento l’unica legge alla quale siamo sottoposti è la stessa che creò gli alberi, i fiori, i fiumi, le stelle e i pianeti. Ed è ciò che ci accomuna a tutti gli esseri viventi, il simbolo della vita, che può essere considerato come un grembo oppure un uovo.
Quindi è forse questo che siamo, esseri in continua tensione tra la natura e la società delle menti umane? Forse. O forse, in lontananza, se avessimo il coraggio di guardare dentro noi stessi con fiducia in ciò che siamo, nella solidità che ci concede il nostro corpo, nella fantasia della nostra mente, nella spontaneità dei nostri sentimenti ed emozioni, nella dignità delle nostre credenze e convinzioni, ecco che scorgeremmo un aspetto diverso di noi stessi, che sembra prendere in considerazione ogni parte di ciò che siamo. Ed ecco che, in questo momento, la nostra personalità svanirebbe a poco a poco, per lasciare spazio ad un sé non più frammentato in vari aspetti, ma rappresentante l’unione armoniosa di quest’ultimi.